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Pompei e gli dèi perduti, Gabriel Zuchtriegel racconta l’ultima estate prima del Vesuvio

Il nuovo libro su Pompei legge il Vesuvio come punto finale di una trasformazione culturale già iniziata

Pompei e gli dèi perduti, Gabriel Zuchtriegel racconta l’ultima estate prima del Vesuvio

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Gabriel Zuchtriegel racconta Pompei prima dell’eruzione, tra crisi religiosa, memoria e vita quotidiana

Pompei è una città che rischia spesso di essere raccontata solo attraverso la sua fine. L’eruzione del 79 d.C., con la sua forza distruttiva, tende a trasformare ogni vicolo, ogni affresco e ogni corpo ritrovato in una scena sospesa dentro la tragedia. Ma prima di essere sepolta dal Vesuvio, Pompei era una città viva, abitata da desideri, paure, culti, contraddizioni e cambiamenti profondi.

È proprio da questa prospettiva che nasce il libro di Gabriel Zuchtriegel, Quando gli dèi lasciarono il mondo. L’ultima estate di Pompei, pubblicato da Feltrinelli nella collana Scintille. Il direttore del Parco Archeologico di Pompei non sceglie la strada del semplice racconto della catastrofe, ma prova a leggere l’eruzione come l’ultimo atto di una crisi religiosa, culturale e sociale già in corso.

Un archeologo dentro la città antica

Gabriel Zuchtriegel non scrive di Pompei da osservatore distante. Nato nel 1981 a Weingarten, nella Germania del Sud, ha studiato archeologia classica, preistoria e filologia greca tra Berlino e Roma, conseguendo poi il dottorato all’Università di Bonn. Dal 2015 al 2021 ha diretto il Parco Archeologico di Paestum e dal 2021 guida quello di Pompei.

Questo rapporto quotidiano con gli scavi dà al libro una forza particolare. L’autore conosce Pompei attraverso gli oggetti, gli affreschi, i graffiti, gli spazi sacri e le case. Non si limita a ricostruire una città perduta, ma cerca di restituire il clima mentale di una comunità che viveva un passaggio storico complesso, sospesa tra antichi culti, nuove forme di potere e domande spirituali sempre più incerte.

Il Vesuvio come punto finale di una crisi

Uno degli aspetti più interessanti del volume è il modo in cui l’eruzione viene interpretata. Il Vesuvio non appare soltanto come la causa improvvisa della fine, ma come la conclusione drammatica di un processo già avviato. Pompei, secondo la lettura di Zuchtriegel, non era semplicemente una città prospera colpita da un disastro naturale, ma un luogo attraversato da trasformazioni profonde.

Le statue, i templi e gli spazi sacri raccontano un mondo in cui gli antichi dèi sembrano perdere centralità. Le divinità greche e romane, un tempo parte viva della dimensione pubblica e religiosa, diventano progressivamente presenze decorative, immagini domestiche, simboli forse ancora riconosciuti ma meno capaci di dare ordine al mondo.

La crisi religiosa e culturale di Pompei

Nel libro, Zuchtriegel utilizza anche Lucrezio come chiave interpretativa. Nel De rerum natura, gli dèi esistono, ma non guidano direttamente le vicende umane. Per comprendere il mondo non bisogna attendere il capriccio divino, ma studiare la natura, i suoi fenomeni, le sue leggi.

Questa visione si inserisce in un quadro più ampio. L’Impero romano si espande, ha bisogno di forza lavoro, dipende sempre più dagli schiavi e vede crescere nuove tensioni sociali e spirituali. In questo contesto, gli dèi sembrano allontanarsi, mentre il potere imperiale entra nei riti quotidiani e nuove comunità religiose, tra cui i primi cristiani, iniziano lentamente a mettere radici.

Dioniso e Cristo in un confronto audace

Uno dei passaggi più discussi del libro riguarda l’accostamento tra Dioniso e Cristo. Zuchtriegel parte dalle megalografie della Villa dei Misteri e della Casa del Tiaso, dove vengono rappresentati i misteri dionisiaci, per proporre una lettura che mette in relazione due figure religiose molto diverse, ma accomunate da alcuni elementi simbolici.

Dioniso, come Cristo, è figlio di un dio padre e di una donna. Entrambi sono legati a una dimensione superiore, entrambi attraversano il tema della morte e della rinascita. È un confronto ardito, che lo stesso autore sa essere destinato a far discutere, ma che serve a mostrare quanto Pompei fosse immersa in una fase di passaggio, dove vecchi e nuovi immaginari religiosi convivevano e si sfidavano.

Sesso, graffiti e letture moraliste

Il libro affronta anche il tema del sesso nella Pompei antica, presente negli affreschi, nei graffiti e negli spazi della vita quotidiana. I lupanari erano luoghi frequentati e le immagini erotiche non erano percepite necessariamente con lo stesso sguardo morale che si sarebbe imposto nei secoli successivi.

Zuchtriegel richiama anche un episodio significativo. Nel 1885 un archeologo tedesco pubblicò un’iscrizione trovata in via dell’Abbondanza, composta da due sole parole, “Sodoma e Gomorra”. Il riferimento alle città bibliche distrutte da Dio con zolfo e fuoco mostra quanto sia antica la tentazione di leggere Pompei come una città punita per i suoi costumi.

Pompei tra giudizio morale e storia umana

Anche Tertulliano, nel II secolo, interpretava la distruzione di Pompei in chiave religiosa, sostenendo che la città fosse stata annientata perché non ospitava cristiani. Zuchtriegel non evita questi materiali, ma li utilizza per mostrare quanto la lettura moralista di Pompei accompagni la sua storia fin dall’antichità.

Il punto non è stabilire se Pompei fosse più o meno corrotta di altre città romane, ma capire come le generazioni successive abbiano usato la sua distruzione per costruire racconti, giudizi e ammonimenti. In questo senso, Pompei diventa uno specchio, più che una semplice rovina archeologica.

Un’archeologia più empatica

Uno degli elementi più riusciti del volume è l’approccio empatico ai reperti. Gli oggetti non restano muti, né vengono trattati come semplici prove materiali. Graffiti, utensili, case, affreschi e spazi domestici diventano frammenti di vite, tracce di persone che hanno abitato, desiderato, pregato, lavorato e discusso.

Questa scelta rende il racconto più vicino al lettore. L’archeologia non viene presentata come una disciplina fredda, fatta solo di date e classificazioni, ma come un modo per ascoltare ciò che resta dell’esperienza umana. Pompei non è soltanto il luogo della morte improvvisa, ma una città in cui si possono ancora intravedere abitudini, gesti quotidiani e forme di immaginazione.

Pompei siamo noi

L’ultimo capitolo del libro si intitola Pompei siamo noi. Zuchtriegel ha spiegato di non aver scritto il volume con l’intenzione iniziale di parlare del presente, ma di essersi accorto, rileggendolo, che il tema contemporaneo era inevitabile. Pompei diventa così una domanda rivolta anche al nostro tempo.

Il libro cerca infatti di capire sotto quali condizioni materiali, sociali, ambientali, artistiche e culturali gli esseri umani provano a immaginare il divino. Quando una società perde i suoi riferimenti, quando gli dèi sembrano non rispondere più, si apre uno spazio fragile, fatto di paura, ricerca e nuove credenze.

Il mondo abbandonato dagli dèi

Nelle Lettere, Plinio il Giovane racconta che durante l’eruzione molti alzavano le mani implorando gli dèi, mentre altri credevano che gli dèi avessero ormai lasciato il mondo, su cui stava calando una nuova notte eterna. È una delle immagini più potenti legate alla fine di Pompei.

In questa scena si concentra il senso più profondo del libro. La tragedia non è soltanto naturale, ma anche spirituale. Pompei appare come una città colta nel momento in cui il vecchio ordine sembra crollare e il nuovo non è ancora chiaro. Un mondo che perde i propri dèi e non sa ancora con quali sostituirli.

Una lettura che fa discutere

Zuchtriegel è consapevole del carattere interpretativo e, in alcuni punti, controverso del suo lavoro. Presentando il libro a Castellammare di Stabia, ha ammesso di immaginare che il volume non sarà accolto favorevolmente da tutti i colleghi. Del resto, la sua non è una semplice sintesi archeologica, ma una proposta di lettura forte.

Proprio per questo Quando gli dèi lasciarono il mondo è un libro interessante. Non si limita a raccontare ciò che Pompei era, ma prova a chiedersi che cosa Pompei continui a dire. E forse è qui che il volume trova la sua voce più originale, nel trasformare una città antica in una domanda ancora aperta sul rapporto tra storia, fede, potere e fragilità umana.


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08 Giugno 2026
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