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Phest 2026 a Monopoli, fotografia e arte guardano al futuro

A Monopoli l’undicesima edizione di Phest esplora futuro, memoria, ambiente e conflitti attraverso le immagini

Phest 2026 a Monopoli, fotografia e arte guardano al futuro

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Phest 2026 a Monopoli ospita Ballen, Fontcuberta e artisti internazionali tra fotografia, cinema e arte contemporanea

Monopoli torna a essere uno dei luoghi più interessanti del dialogo tra fotografia internazionale, cinema, arte contemporanea e riflessione sul presente. L’undicesima edizione di Phest, il festival internazionale dedicato all’immagine e ai linguaggi visivi, sarà inaugurata sabato 8 agosto 2026 e resterà aperta fino al 1 novembre.

Il festival porterà in città autori di grande rilievo, tra cui Roger Ballen e Joan Fontcuberta, costruendo un percorso espositivo che attraversa memoria, immaginazione, conflitti, ambiente, infanzia e futuro. Non una semplice rassegna di mostre, ma un invito a osservare il mondo con uno sguardo più attento, meno automatico e forse anche un po’ più inquieto.

Un festival tra fotografia, cinema e arte contemporanea

L’apertura ufficiale di Phest 2026 è prevista in Largo Palmieri, uno degli spazi simbolici di Monopoli, seguita dal taglio del nastro delle mostre al Monastero di San Leonardo. Come nelle precedenti edizioni, il festival utilizza la città non solo come scenario, ma come parte integrante dell’esperienza culturale.

Fotografia, cinema, musica e arte contemporanea si intrecciano in un programma che conferma la vocazione internazionale dell’evento. Monopoli diventa così un laboratorio aperto, dove le immagini non servono soltanto a raccontare qualcosa, ma anche a porre domande, creare dubbi e suggerire letture diverse della realtà.

Il tema What if e le domande sul presente

L’edizione 2026 ruota attorno alla domanda What if?, traducibile con “cosa succede se?”. Una formula breve, quasi elementare, ma capace di aprire scenari complessi. Cosa succede se il futuro cambia più rapidamente della nostra capacità di comprenderlo? Cosa succede se ciò che consideriamo reale è solo una parte della storia? Cosa succede se le immagini ci mostrano non solo il mondo, ma anche le nostre paure?

Il tema permette al festival di affrontare questioni molto attuali, dai conflitti internazionali alla crisi ambientale, dalla memoria storica alle trasformazioni sociali. L’arte diventa quindi uno strumento per interrogare il presente, senza pretendere risposte semplici, ma offrendo al pubblico nuovi punti di osservazione.

Da Metropolis a Vivian Maier, il passato riletto attraverso le immagini

Tra i percorsi più affascinanti dell’edizione 2026 ci sono le mostre che riportano lo sguardo verso il Novecento e verso alcune figure centrali della storia visiva. I rari scatti di Horst von Harbou realizzati sul set di Metropolis, il capolavoro del 1927 diretto da Fritz Lang, permettono di entrare dietro le quinte di uno dei film più influenti della storia del cinema.

Accanto a questo percorso, il tributo a Vivian Maier, nel centenario della nascita, propone una riflessione sulla forza silenziosa della fotografia di strada. Con Shadows and Mirrors, il festival richiama l’universo visivo di una fotografa oggi considerata fondamentale, capace di raccontare la vita quotidiana con uno sguardo discreto, preciso e profondamente umano.

Roger Ballen e la discesa nell’inconscio

La presenza di Roger Ballen porta a Phest una dimensione più visionaria e perturbante. Il suo lavoro è spesso associato a un’indagine dell’inconscio, a immagini che sembrano muoversi tra realtà, sogno e inquietudine. Le sue fotografie non cercano il consenso immediato dello spettatore, ma lo costringono a fermarsi, osservare e confrontarsi con ciò che normalmente resta ai margini.

In un festival costruito attorno alla domanda What if?, il linguaggio di Ballen appare particolarmente coerente. Le sue opere aprono una porta su mondi interiori complessi, dove il confine tra ciò che è familiare e ciò che appare disturbante diventa sottile. È una fotografia che non si limita a documentare, ma mette in crisi lo sguardo.

Joan Fontcuberta e il confine tra realtà e finzione

Con What Darwin Missed, Joan Fontcuberta porta a Monopoli una riflessione sul rapporto tra verità, immaginazione e costruzione del racconto. Il fotografo e artista catalano è noto per il suo lavoro sul confine ambiguo tra documento e invenzione, tra prova visiva e finzione credibile.

In un’epoca in cui le immagini circolano rapidamente e spesso vengono interpretate senza contesto, il lavoro di Fontcuberta assume un valore particolarmente attuale. La sua ricerca invita il pubblico a non fermarsi alla superficie, a interrogarsi su ciò che vede e su ciò che crede di vedere. Una lezione preziosa, soprattutto in un tempo attraversato da manipolazioni digitali, intelligenza artificiale e narrazioni sempre più complesse.

Conflitti, nucleare e infanzia nel mondo contemporaneo

L’undicesima edizione di Phest non evita i temi difficili. Attraverso il lavoro di Chinky Shukla, il festival affronta il racconto dei test nucleari, portando l’attenzione sulle conseguenze politiche, ambientali e umane di scelte che continuano a segnare intere comunità. L’immagine diventa così memoria, denuncia e testimonianza.

Un altro progetto di forte impatto è Classroom Portraits di Julian Germain, un’indagine sull’infanzia nel ventunesimo secolo realizzata attraverso oltre 450 fotografie scattate in aule scolastiche di diverse parti del mondo. Le classi, apparentemente simili nella loro struttura, diventano specchi delle differenze sociali, culturali ed economiche tra Paesi, comunità e generazioni.

Spazio agli artisti emergenti e ai nuovi linguaggi

Phest 2026 guarda anche ai nuovi talenti con The Portfolio Parade, progetto curato da Erik Kessels in collaborazione con Fujifilm Italia. L’iniziativa offrirà visibilità a 56 artisti emergenti, confermando l’attenzione del festival non solo verso i grandi nomi, ma anche verso chi sta costruendo oggi nuovi linguaggi visivi.

Di particolare rilievo anche la Phest Pop-Up Open Call, che ha raccolto oltre 1.200 candidature da più di 100 Paesi. Nella nuova sezione dedicata ai cortometraggi, il riconoscimento è andato al regista di Hong Kong Edwin Lai con As It Should Be. Un risultato che conferma la dimensione internazionale del festival e la sua capacità di intercettare energie creative provenienti da contesti molto diversi.

Monopoli come luogo di incontro tra immagini e futuro

Con questa undicesima edizione, Phest conferma il ruolo di Monopoli come città capace di accogliere un festival culturale di respiro internazionale. Il programma non si limita a proporre mostre fotografiche, ma costruisce un racconto articolato sul nostro tempo, mettendo insieme memoria cinematografica, ricerca artistica, nuove generazioni e grandi interrogativi globali.

La domanda What if? diventa così il filo conduttore di un percorso che invita il pubblico a immaginare scenari alternativi, a dubitare delle apparenze e a leggere le immagini come strumenti di conoscenza. In fondo, la fotografia serve anche a questo, ricordare che ogni realtà può essere osservata da più angolazioni.


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07 Agosto 2026
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