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Memoria, storia e presente, perché il 27 gennaio non può diventare un rito vuoto

Il Giorno della Memoria tra storia e presente, per evitare che il ricordo della Shoah diventi un rito senza senso

Memoria, storia e presente, perché il 27 gennaio non può diventare un rito vuoto

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Anna Foa e il valore della memoria, distinguere tra storia, trauma e uso politico del passato

Quando si avvicina il 27 gennaio, Giornata della Memoria, il pensiero corre inevitabilmente alle vite spezzate e a una delle fratture più profonde della storia contemporanea. Ma tra il ricordo e la responsabilità si apre uno spazio complesso, che chiede di essere abitato con consapevolezza. È proprio in questo spazio che si colloca la riflessione di Anna Foa, una delle voci più autorevoli nel dibattito sul senso della memoria oggi.

Una storica tra ricerca e responsabilità civile

Figlia di Vittorio Foa, Anna Foa è stata docente di Storia moderna all’Università La Sapienza e ha dedicato gran parte della sua attività di studio alla storia della cultura, delle mentalità e degli ebrei europei. Un’attenzione particolare attraversa il suo lavoro sulla Shoah, soprattutto rispetto alla condizione femminile e alla trasmissione del trauma nel tempo. Le sue opere, da Ebrei in Europa a La famiglia F., hanno contribuito a rendere più complesso e meno semplificato il racconto della persecuzione.

Il Giorno della Memoria, venticinque anni dopo

Nel 2026 il Giorno della Memoria compie venticinque anni dalla sua istituzione in Italia e cade a oltre ottant’anni dalla liberazione di Auschwitz. Una distanza temporale che solleva una domanda inevitabile: che significato ha oggi questa ricorrenza? Secondo Anna Foa, la memoria mantiene un valore forte, ma non può essere congelata. Deve essere riletta alla luce dei cambiamenti storici e delle violenze del presente, senza perdere il legame con ciò che accade nel mondo di oggi.

Memoria e storia, una distinzione necessaria

Uno dei rischi più evidenti è che la memoria si trasformi in una ritualità ripetitiva, fatta di immagini e parole che smettono di interrogare. In questo scivolamento, il dolore rischia di diventare retorica. Per evitarlo, la memoria deve essere riempita di storia. Solo il lavoro storico, con le sue domande e le sue zone d’ombra, può restituire profondità al ricordo e impedire che il “mai più” si riduca a una formula astratta e rassicurante.

Il trauma della Shoah e le generazioni successive

A oltre ottant’anni di distanza, il trauma della Shoah continua a pesare profondamente sul mondo ebraico. Ha inciso nella costruzione dello Stato di Israele, nel modo in cui è stato raccontato e pensato, ma anche nei suoi limiti. Questo trauma non si esaurisce con i testimoni diretti: si trasmette alle generazioni successive, all’interno delle famiglie e dei contesti culturali, diventando parte di una memoria che continua a lavorare nel profondo.

Gaza e il rischio di un uso strumentale della memoria

Dopo il 7 ottobre 2023, la guerra a Gaza ha riacceso un confronto durissimo. In questo scenario, la memoria della Shoah può diventare una chiave interpretativa ambigua. Può aiutare a comprendere il peso del passato, ma può anche essere usata in modo deformato, quando ogni critica viene respinta come antisemitismo. In questi casi la memoria smette di aprire il discorso e finisce per chiuderlo. È qui che la distinzione tra passato e presente diventa essenziale.

Antisemitismo, definizioni e libertà di espressione

Nel dibattito attuale, il ritorno dell’antisemitismo è spesso evocato come emergenza assoluta. Anna Foa invita a distinguere: esistono forme reali di antisemitismo, ma anche un uso politico dell’allarme che rischia di spostare il fuoco del discorso. Particolarmente insidioso è il boicottaggio culturale e accademico, che colpisce indistintamente e silenzia anche voci israeliane critiche verso il proprio governo. Sul piano giuridico, introdurre nuove definizioni rischierebbe di comprimere la libertà di espressione senza risolvere il problema.

Europa, pace e un orizzonte fragile

Nel conflitto mediorientale l’Europa appare oggi marginale, incapace di tradurre la propria tradizione di mediazione in scelte politiche concrete. Parlare di pace, nel presente, sarebbe illusorio; al massimo si può parlare di tregua. Eppure, rinunciare alla speranza significherebbe arrendersi a una violenza senza prospettive. L’orizzonte dei due Stati resta fragile, forse utopico, ma ancora necessario per immaginare una convivenza fondata su pari diritti.


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27 Gennaio 2026
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