In un tempo dominato da schermi, immagini veloci e tecnologie che trasformano ogni esperienza in consumo immediato, Ca’ Pesaro-Galleria d’Arte Moderna rilancia il valore della pittura come linguaggio vivo, fisico e ancora capace di colpire in profondità. La proposta espositiva della Fondazione Musei Civici di Venezia, organizzata in coincidenza con la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale, costruisce un percorso che mette al centro emozioni, corpo, sguardo e materia, affidandosi a tre mostre molto diverse tra loro ma unite da una stessa intensità.
Jenny Saville e la pittura che non addolcisce il reale
La mostra Jenny Saville a Ca’ Pesaro, curata da Elisabetta Barisoni e visitabile fino al 22 novembre, occupa le grandi sale del secondo piano con una selezione che attraversa varie fasi della ricerca dell’artista britannica. Considerata una delle figure più autorevoli e riconoscibili dell’arte contemporanea internazionale, Saville porta in mostra opere che mostrano una pittura energica, diretta, priva di compiacimenti. Non cerca di rendere il corpo gradevole o rassicurante, ma lo restituisce nella sua presenza più autentica, con tutta la sua complessità.
Dal corpo femminile al dolore collettivo
Il percorso espositivo parte dai lavori degli anni iniziali, tra cui il celebre Propped del 1992, e arriva a dipinti e studi più recenti in cui la riflessione si allarga a ferite storiche e sofferenze condivise. Opere come Aleppo o le versioni dedicate alla Pietà mostrano come la pittura, nelle mani di Saville, possa parlare non solo del singolo corpo ma anche del dolore universale. In questo passaggio, la figura umana smette di essere solo soggetto e diventa terreno di confronto con guerra, vulnerabilità e memoria.
Una voce femminile che ha cambiato lo sguardo
Il lavoro di Jenny Saville ha avuto un ruolo decisivo anche per il modo in cui ha introdotto temi legati al femminismo e alla parità di genere nel dibattito artistico contemporaneo. Il corpo femminile, nelle sue tele, non è idealizzato né costruito per sedurre. È invece massiccio, vero, a volte scomodo, e proprio per questo potente. È una pittura che rifiuta gli stereotipi estetici e apre uno spazio di libertà, imponendo una presenza che per anni è stata raccontata quasi esclusivamente da uno sguardo maschile.
L’omaggio a Venezia e il dialogo con la tradizione italiana
Nell’ultima sala, la mostra presenta una serie di lavori inediti realizzati come omaggio alla città lagunare. Qui emerge con chiarezza il legame tra Saville e la grande tradizione figurativa italiana, in particolare veneziana. Il confronto ideale con maestri come Giorgione e Tiziano non appare come una citazione nostalgica, ma come una conversazione aperta tra epoche diverse. Venezia, in questo senso, non è solo cornice della mostra, ma parte attiva di un dialogo sulla pittura e sulla sua continuità.
Hernan Bas e il volto ambiguo dei visitatori
Sempre al secondo piano, fino al 30 agosto, si incontra The visitors di Hernan Bas, artista statunitense che ha costruito una trentina di dipinti a partire dalla propria esperienza veneziana. Il tema è quello del turismo contemporaneo e delle sue contraddizioni. Nei suoi quadri, i protagonisti, spesso giovani uomini bianchi, sembrano muoversi in scene sospese, quasi artificiali, dove il quotidiano diventa teatrale, stereotipato, a tratti surreale. L’immagine del visitatore si trasforma così in una riflessione più ampia sul rapporto fragile tra chi attraversa una città e la città stessa.
Venezia osservata tra ironia e disconnessione
La mostra di Bas mette a fuoco un fenomeno sotto gli occhi di tutti, quello di un turismo che spesso consuma i luoghi senza davvero comprenderli. Venezia diventa il simbolo perfetto di questa frattura, dove il desiderio di vivere un’esperienza autentica finisce spesso in una rappresentazione superficiale. Dettagli come una maglietta con la scritta Non sono un turista, sono di qui restituiscono con ironia un disagio contemporaneo, quello di chi vuole sentirsi parte di un luogo senza conoscerne davvero il ritmo, la storia o la fragilità.
Giulio Malinverni e la materia che prende vita
Al piano terra, infine, Natura morta, Natura viva presenta il lavoro di Giulio Malinverni, giovane artista piemontese formatosi all’Accademia di Belle Arti di Venezia. La sua ricerca si concentra sull’incontro tra intervento pittorico e superfici minerali come marmi, alabastri e onici. Qui la pittura non invade la materia, ma la ascolta, ne segue le venature, ne sfrutta le trame per evocare forme vegetali, piumaggi, animali e dettagli organici. È un lavoro essenziale e misurato, che dimostra come anche il minimo gesto possa generare immagini dense di vita.
Tre mostre diverse, una stessa fiducia nella pittura
Nel loro insieme, le mostre allestite a Ca’ Pesaro offrono una riflessione coerente e attuale sul ruolo della pittura oggi. Jenny Saville indaga il corpo e la sofferenza, Hernan Bas osserva i comportamenti e le illusioni del presente, Giulio Malinverni esplora il dialogo tra natura e rappresentazione. Tre approcci differenti, ma un’unica convinzione di fondo, la pittura non è affatto un linguaggio del passato. Al contrario, continua a essere uno strumento capace di leggere il presente, interrogare lo sguardo e restituire profondità a ciò che troppo spesso viene osservato in fretta.
11 Maggio 2026
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