Negli ultimi mesi della sua vita, Oriana Fallaci continuava a combattere. Il corpo era ormai segnato dalla malattia, la vista quasi compromessa, le cure la tenevano lontana dall’Italia e il cancro, che lei chiamava l’Alieno, avanzava senza concedere tregua. Eppure, anche in quella stagione estrema, la scrittrice e giornalista non smise di interrogarsi, discutere, difendere la propria libertà e cercare un confronto profondo con chi sentiva vicino alla propria anima.
A raccontare questo lato meno pubblico, più intimo e umano, è il libro La forza della passione, pubblicato da Piemme in occasione dei vent’anni dalla morte della scrittrice. Il volume raccoglie lo scambio di lettere con Monsignor Rino Fisichella, un dialogo rimasto finora privato che restituisce una Fallaci diversa da quella spesso consegnata al dibattito pubblico, non meno forte, ma certamente più fragile, sola, inquieta e attraversata da domande essenziali.
Un epistolario nato da una sintonia inattesa
Il rapporto tra Oriana Fallaci e Monsignor Fisichella nasce nel 2005, dopo un’intervista nella quale il teologo aveva commentato il pensiero della scrittrice su Papa Benedetto XVI. Da quel momento prende forma una corrispondenza intensa, fatta di stima, confidenza e libertà intellettuale.
Fallaci riconosce in Fisichella un interlocutore capace di ascoltarla senza ridurla a una posizione ideologica. Lo ringrazia per la sua intelligenza, per la sua libertà di pensiero, per una generosità che lei avverte come rara. Non è un dettaglio secondario, perché la scrittrice, negli ultimi anni, era spesso descritta soprattutto attraverso la durezza delle sue prese di posizione. In queste lettere, invece, emerge anche la necessità di essere compresa.
La malattia e l’Alieno che non spegne la volontà
La malattia è una presenza continua nella corrispondenza. Fallaci ne parla con lucidità, senza sentimentalismi, chiamando il cancro con quel nome quasi narrativo e terribile, l’Alieno. La sua forza espressiva resta intatta anche quando racconta la fatica fisica, la perdita della vista, l’impossibilità di allontanarsi da New York a causa delle terapie.
Quella condizione non la rende arrendevole. Al contrario, nelle sue parole si sente ancora la voce di una donna abituata a combattere, a non concedere spazio alla rassegnazione, a difendere fino all’ultimo il proprio modo di stare al mondo. Monsignor Fisichella la descrive come una persona consapevole di essere arrivata alla fine della strada, ma ancora fedele all’immagine che aveva di sé, quella di un soldato in piedi fino all’ultimo.
Una spiritualità più complessa dell’etichetta di atea
Uno degli aspetti più interessanti del carteggio è la dimensione spirituale. Oriana Fallaci si era sempre dichiarata atea, eppure nelle lettere emerge una relazione più complessa con la fede, con il sacro, con la morte e con il cristianesimo. Sul comodino teneva un’immagine della Madonna, segno discreto di una tensione interiore che non può essere liquidata con una definizione semplice.
Il desiderio di incontrare Joseph Ratzinger, che considerava un “compagno dell’anima”, conferma questa ricerca. Non si tratta necessariamente di una conversione nel senso tradizionale del termine, ma di un bisogno di dialogo con un pensiero che sentiva affine per rigore, profondità e difesa della civiltà europea.
Libri, memoria e fiducia personale
Nelle lettere a Fisichella non ci sono soltanto confessioni sulla malattia. Ci sono anche libri, doni, riferimenti culturali e frammenti di una vita interamente attraversata dalla scrittura. Fallaci gli offre volumi antichi e testi importanti, dalla Genesi a opere di teologia morale, dai Dialoghi di Platone alla prima copia de La forza della ragione.
Questi gesti raccontano molto del legame tra i due. Non sono semplici omaggi, ma passaggi di memoria. Oriana Fallaci affida a Monsignor Fisichella non solo alcune parole, ma anche oggetti, letture, simboli del proprio percorso intellettuale. È una fiducia rara, espressa anche in formule di gratitudine diretta, fino a quel “ti ringrazio d’esistere” che mostra una tenerezza poco associata alla sua immagine pubblica.
L’ultima battaglia per la riservatezza
La corrispondenza si chiude nel maggio 2006, pochi mesi prima della morte di Oriana Fallaci, avvenuta a Firenze il 15 settembre dello stesso anno. Nell’ultima fase torna il tema della libertà personale, questa volta legato alla privacy, alle sue ultime volontà e al timore che qualcuno potesse intromettersi nella sua sfera più privata.
La scrittrice rivendica con forza il diritto alla riservatezza, soprattutto davanti alla morte. Non vuole intrusioni, non vuole sguardi indebiti, non vuole che la propria fine diventi materia da controllare o amministrare da parte di altri. Anche qui la voce è severa, persino furiosa, ma dietro la rabbia si intravede una richiesta profondamente umana, poter restare padrona di sé fino all’ultimo.
Le campane di Firenze e il ritorno alla città
Tra i desideri espressi da Oriana Fallaci c’era anche quello che, al momento della sua morte, suonassero le campane del Duomo di Firenze. Una richiesta non semplice da realizzare, ma che alla fine venne esaudita. È un’immagine potente, perché riporta la scrittrice alla sua città, al suo rapporto con l’Italia e a una memoria collettiva che supera le divisioni.
Firenze non è solo il luogo della nascita e della morte. È il simbolo di una radice culturale, civile e personale che Fallaci non aveva mai smesso di rivendicare. Anche quando viveva a New York, anche quando si sentiva assediata dalla malattia e dalle polemiche, il legame con il proprio Paese restava parte centrale della sua identità.
Il volto umano di una figura controversa
La forza della passione non cancella la Fallaci combattiva, polemica, divisiva. Piuttosto, aggiunge profondità a un ritratto spesso ridotto ai suoi contrasti. Le lettere mostrano una donna che discute con la morte, con Dio, con la paura, con il proprio corpo malato e con il bisogno di non essere fraintesa.
Il valore del libro sta proprio in questa restituzione più ampia. Non una santificazione, non una revisione addolcita, ma l’apertura di uno spazio intimo nel quale la scrittrice appare fragile e indomabile nello stesso tempo. Una donna che, anche quando la vita si restringe, continua a cercare parole, interlocutori e senso.
Una testimonianza sul coraggio e sulla fine
A vent’anni dalla morte, queste lettere riportano Oriana Fallaci al centro del discorso culturale non solo per ciò che ha scritto nella sua lunga carriera, ma per il modo in cui ha affrontato l’ultimo tratto della propria esistenza. La malattia, la fede, l’amicizia, la riservatezza e la dignità diventano i temi di un dialogo che supera la cronaca editoriale.
Resta l’immagine di una donna consumata nel corpo, ma ancora capace di esercitare la propria volontà. Una scrittrice che non rinuncia alla passione, alla parola e alla libertà nemmeno davanti alla morte. Ed è forse qui, più che altrove, che il titolo del libro trova il suo significato più diretto, nella forza ostinata di chi continua a pensare, amare, indignarsi e combattere fino alla fine.
09 Settembre 2026
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