Per Laurie Anderson, oggi la parola è diventata uno degli strumenti più potenti e, proprio per questo, anche uno dei più temuti. L’artista statunitense lo ha raccontato a Triennale Milano, dove ha ricevuto un diploma d’onore e dove porta in scena una versione solista del progetto Republic of Love.
In un tempo segnato da conflitti, polarizzazione e controllo del linguaggio, Anderson invita a usare le parole con maggiore intelligenza. Non come semplice esercizio retorico, ma come forma di libertà, consapevolezza e resistenza culturale. Quando alcune parole diventano scomode, il linguaggio deve trovare nuove strade per continuare a dire ciò che conta.
La parola come spazio di libertà
Secondo Laurie Anderson, la censura non spegne necessariamente il linguaggio. Al contrario, può costringerlo a diventare più creativo, più sottile, più capace di lavorare per immagini e metafore. Il riferimento a Jorge Luis Borges diventa così una chiave di lettura, perché dove la parola diretta incontra un divieto, la metafora può aprire un passaggio.
Il punto non è aggirare il problema con eleganza letteraria, ma difendere la possibilità di pensare. Se una società comincia ad avere paura delle parole, significa che quelle parole stanno toccando qualcosa di profondo. Per questo, oggi più che mai, il linguaggio non può essere usato in modo distratto.
Un’America attraversata dalla rabbia
Nel suo racconto, Anderson descrive un’America dominata da una rabbia diffusa, quasi permanente. Una rabbia che sembra occupare lo spazio pubblico, i discorsi, le relazioni e perfino la percezione quotidiana della realtà.
Ma l’artista invita a guardare sotto la superficie. Dietro la rabbia, osserva, spesso si trova qualcosa di più fragile, un dolore non elaborato, una ferita, un cuore spezzato. Il problema è che la quantità enorme di informazioni che investe ogni giorno le persone rende sempre più difficile fermarsi, capire, collegare i fatti e riconoscere le emozioni che li attraversano.
Republic of Love tra governo, amore e crisi del presente
Republic of Love nasce inizialmente come una riflessione sul rapporto tra governo e amore. Un tema apparentemente insolito, quasi spiazzante, che nel tempo si è trasformato in un progetto più ampio, capace di attraversare saggi, performance, concerti e collaborazioni musicali.
La versione solista presentata da Anderson conserva questa natura fluida. Non è soltanto un concerto, né soltanto un discorso teatrale. È piuttosto una forma di racconto performativo sullo stato dell’arte, della politica e del mondo in un tempo di crisi. Un modo per osservare la realtà senza rinunciare all’ironia, alla musica e alla possibilità di sorprendere il pubblico.
L’infanzia nell’Illinois e la scoperta del potere delle parole
Il rapporto di Laurie Anderson con il linguaggio nasce molto presto, dentro una famiglia numerosa dell’Illinois, composta da otto figli, rumore, musica e confusione quotidiana. In casa si suonava tutti insieme, quasi fosse una piccola orchestra familiare, con il padre nel ruolo di pubblico.
Uno degli episodi più importanti della sua infanzia riguarda i due fratelli gemelli di cui, da sorella maggiore, doveva occuparsi. Durante una giornata d’inverno su un lago ghiacciato, il ghiaccio si ruppe e i bambini caddero nell’acqua gelida. Anderson riuscì a salvarli e tornò a casa temendo una dura sgridata. La madre, invece, le disse che non sapeva fosse una brava nuotatrice e un’ottima tuffatrice. Quelle parole cambiarono tutto, trasformando la paura in orgoglio e facendole intuire quanto una frase possa modificare il modo in cui una persona vede se stessa.
Quando una frase può cambiare una vita
Quel ricordo infantile diventa quasi una scena fondativa. Anderson aveva otto anni e capì che le parole non servono solo a descrivere la realtà, ma possono crearne una nuova. Possono ferire, certo, ma possono anche salvare, dare coraggio, cambiare il significato di un’esperienza.
Da quel momento, la scelta di lavorare con il linguaggio non è più stata soltanto artistica. È diventata un modo per attraversare il mondo. La sua identità di narratrice nasce proprio da questa consapevolezza, dalla capacità di ascoltare le storie, trasformarle e restituirle al pubblico con un tono in cui convivono lucidità, memoria e leggerezza.
Memorie familiari, guerra e ironia
Tra i ricordi evocati da Anderson c’è anche quello di uno zio tornato dalla Seconda guerra mondiale, incapace di togliersi la divisa e segnato da un dolore profondo. In famiglia veniva raccontato che gli fosse accaduto qualcosa di terribile in Francia, e per la bambina quella nazione diventò, per un periodo, un luogo associato alla paura.
Nel modo in cui Anderson racconta questi episodi c’è sempre un equilibrio particolare. Anche quando parla di dolore, trauma o smarrimento, non rinuncia a una forma di ironia lieve, quasi laterale. È una delle caratteristiche più riconoscibili del suo lavoro, perché permette di avvicinare temi complessi senza trasformarli in retorica o in pura malinconia.
Il ricordo di William Burroughs e della scena spoken word
Nel percorso artistico di Laurie Anderson occupa un posto importante anche il Red Night Spoken Word Tour del 1981, condiviso con William Burroughs e John Giorno. Di Burroughs ricorda soprattutto l’uso imprevedibile delle parole, la capacità di far ridere e di trasformare il linguaggio in qualcosa di tagliente, surreale e spiazzante.
Quel mondo dello spoken word mescolava lettura, performance, racconto e presenza scenica. Un territorio ideale per Anderson, che ha sempre abitato una zona artistica difficile da definire con una sola etichetta. Musica, parola, tecnologia, teatro e immagine convivono nel suo lavoro come elementi di uno stesso discorso.
Tra speranza e disperazione, la scelta del gioco
Anderson non sembra interessata a collocarsi semplicemente tra speranza e disperazione. Preferisce muoversi in una zona diversa, dove il racconto diventa anche gioco, relazione, possibilità di divertire e divertirsi. Non si tratta di leggerezza superficiale, ma di una forma di libertà.
In tempi attraversati da crisi politiche, guerre culturali e saturazione informativa, riuscire a tenere aperto uno spazio di immaginazione è già un gesto significativo. La sua arte lavora proprio lì, nel punto in cui il pensiero può essere serio senza diventare pesante, e la critica può essere acuta senza perdere il piacere della scena.
Invecchiare come privilegio creativo
A 78 anni, Laurie Anderson continua a portare avanti progetti, concerti, installazioni e percorsi sonori con una vitalità rara. Parla dell’invecchiamento non come di una resa, ma come di un privilegio. Ammette di sentirsi più stanca rispetto al passato, ma anche di vivere questa fase della vita meglio di quanto immaginasse.
La sua presenza artistica resta infatti intensissima. Tra installazioni alla Biennale di Venezia, un percorso sonoro ad Amsterdam, un tour in corso e il desiderio di tornare nello spazio Voce della Triennale, Anderson continua a costruire luoghi di ascolto, visione e racconto. La sua lezione è semplice solo in apparenza, le parole contano, e proprio per questo vanno usate con attenzione, coraggio e intelligenza.
01 Giugno 2026
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