La scomparsa di Carlo Ginzburg, morto il 17 giugno 2026 all’età di 87 anni, riporta al centro una delle figure più importanti della storiografia contemporanea. Storico, saggista, teorico della microstoria, Ginzburg ha cambiato il modo di osservare il passato, spostando l’attenzione dai grandi eventi alle tracce minime, dai documenti ufficiali alle voci laterali, dai protagonisti riconosciuti a chi sembrava destinato a restare ai margini.
In una lunga intervista pubblicata dal Corriere della Sera, originariamente uscita su La Lettura nel 2021 e riproposta il 17 giugno 2026, emerge con chiarezza uno dei nuclei del suo metodo, l’idea che la ricerca storica non proceda sempre in linea retta. A volte avanza per deviazioni, incontri inattesi, errori produttivi e scoperte nate quasi per caso. Fonte Corriere della Sera
Il caso come strumento della conoscenza
Per Ginzburg, il caso non è il contrario del metodo. È, piuttosto, una sua componente nascosta. La ricerca storica può nascere da un documento cercato con precisione, ma anche da un libro trovato accanto a quello desiderato, da una nota marginale, da una parola fuori posto, da un dettaglio che sembrava secondario.
Questa disponibilità alla sorpresa non significa procedere senza disciplina. Al contrario, richiede preparazione, lentezza e capacità di riconoscere l’importanza di ciò che appare accidentale. La scoperta inattesa diventa utile solo quando chi la incontra possiede gli strumenti per interrogarla, collegarla e trasformarla in domanda storica.
La microstoria e lo sguardo sul particolare
Il nome di Carlo Ginzburg resta legato alla microstoria, un metodo che non riduce la storia a un episodio minore, ma utilizza un caso circoscritto per aprire prospettive più ampie. Opere come I benandanti e Il formaggio e i vermi hanno mostrato come una vicenda apparentemente marginale possa illuminare mentalità, poteri, credenze e conflitti di un’intera epoca.
Il punto non è rendere piccolo ciò che è grande, ma capire che il generale può essere osservato anche attraverso il dettaglio. Una comunità, un processo, un testo dimenticato o una testimonianza laterale possono rivelare molto più di quanto promettano in apparenza. È una lezione importante anche per il presente, spesso abituato a cercare spiegazioni rapide e panoramiche troppo ordinate.
Leggere i documenti contro le intenzioni di chi li ha prodotti
Uno degli aspetti più interessanti del metodo di Ginzburg riguarda la lettura dei documenti contropelo. Significa non fermarsi a ciò che una fonte dichiara apertamente, ma cercare anche ciò che lascia trapelare senza volerlo. Ogni documento, infatti, nasce dentro un contesto, con un’intenzione, un linguaggio e un potere che lo attraversano.
Leggere in questo modo vuol dire ascoltare le crepe del testo. Non soltanto quello che il documento vuole dire, ma anche ciò che rivela involontariamente. Da qui nasce una forma di ricerca che mette insieme filologia, immaginazione controllata e attenzione alle tracce. La storia non viene inventata, ma ricostruita attraverso indizi che chiedono di essere verificati.
Il digitale non sostituisce la lettura lenta
Nell’intervista, Ginzburg riflette anche sull’uso della rete e degli strumenti digitali nella ricerca storica. Il computer e i cataloghi online possono moltiplicare le possibilità di incontro con materiali imprevisti. Una ricerca formulata bene può generare risultati inattesi, collegamenti laterali, piste che non erano state immaginate all’inizio.
Questo non significa, però, che la velocità della rete possa sostituire la profondità dello studio. Per Ginzburg, il digitale diventa utile quando invita alla lettura, non quando la rimpiazza. La rete può aprire porte, ma poi resta necessario entrare nelle biblioteche, verificare, confrontare, rallentare. Anche qui emerge una lezione attuale, soprattutto in un tempo in cui l’accesso rapido alle informazioni viene spesso confuso con la conoscenza.
La filologia come difesa dal falso
La riflessione di Ginzburg sulla filologia ha un valore che va oltre gli studi storici. In un’epoca segnata da fake news, post-verità e complottismi, la capacità di leggere con attenzione, verificare le prove e distinguere tra vero, falso e finto diventa una competenza civile.
La filologia, in questa prospettiva, non è un esercizio riservato agli specialisti. È un’abitudine mentale. Significa chiedersi da dove arriva una frase, chi l’ha scritta, con quale scopo, in quale contesto e con quali prove. È un modo per non consegnarsi alla prima versione disponibile dei fatti, soprattutto quando quella versione appare comoda, seducente o già confezionata.
Il passato non va cancellato ma interrogato
Un altro punto forte della riflessione di Ginzburg riguarda il rapporto con il passato controverso. Davanti a monumenti, simboli e documenti legati a regimi, violenze o forme di dominio, la tentazione della cancellazione può apparire semplice. Ma per lo storico il passato non va rimosso, va conservato, studiato e analizzato.
Cancellare ogni traccia di ciò che è stato rischia di cancellare anche la possibilità di capirne l’orrore. Questo non significa giustificare, né neutralizzare le responsabilità. Significa, piuttosto, distinguere. La storia richiede giudizio, ma anche contesto. Senza contesto, il presente finisce per parlare al posto del passato, trasformandolo in uno specchio delle proprie urgenze.
Il rischio dell’anacronismo
Ginzburg ha insistito spesso sul pericolo dell’anacronismo. Le domande che poniamo al passato nascono inevitabilmente dal nostro presente, ma le risposte devono essere cercate dentro il mondo degli attori storici, con le loro parole, le loro categorie e i loro limiti.
Il rischio, altrimenti, è il ventriloquismo, far parlare uomini e donne di altri secoli con il nostro linguaggio e con le nostre idee. È una forma sottile di violenza simbolica, perché non ascolta davvero il passato, ma lo usa per confermare ciò che già pensiamo. La ricerca storica, invece, dovrebbe servire anche a correggere il punto di partenza del ricercatore.
Una storia fatta di prove e non di impressioni
Nel pensiero di Ginzburg, la prova resta centrale. Non basta raccontare bene una vicenda per fare storia. Occorre mostrare su quali indizi si fonda una ricostruzione, quali fonti la sostengono, quali limiti presenta e quali alternative sono state considerate.
Questa attenzione alla prova lo porta a guardare con diffidenza alle posizioni che cancellano la distinzione tra narrazione storica e narrazione di finzione. La storia ha certamente una forma narrativa, ma non può rinunciare al controllo delle fonti. È proprio questo controllo a renderla diversa dall’invenzione letteraria, pur potendo condividere con la letteratura il gusto del racconto e la forza delle domande.
Un’eredità che parla anche al presente
L’eredità di Carlo Ginzburg non riguarda soltanto gli storici. Riguarda chiunque voglia orientarsi in un mondo saturo di informazioni, immagini, documenti, versioni e interpretazioni. Il suo metodo insegna che bisogna guardare meglio, leggere più lentamente, diffidare delle risposte troppo facili e accettare che una domanda possa aprirne molte altre.
In questo senso, la sua lezione resta profondamente attuale. Affidarsi al caso non significa rinunciare alla ragione, ma riconoscere che la conoscenza nasce spesso dall’incontro tra disciplina e sorpresa. La storia, per Ginzburg, non è un archivio immobile. È un campo di indagine vivo, dove anche il dettaglio più piccolo può cambiare il modo in cui comprendiamo il passato e, forse, anche il presente.
17 Giugno 2026
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