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Vermicino, la tragedia di Alfredino Rampi che cambiò l’Italia davanti alla televisione

A quarantacinque anni da Vermicino, la tragedia di Alfredino Rampi resta una ferita nella memoria italiana

Vermicino, la tragedia di Alfredino Rampi che cambiò l’Italia davanti alla televisione

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La storia di Alfredino Rampi, il bambino caduto nel pozzo di Vermicino, cambiò il rapporto tra tv e cronaca

Il 10 giugno 1981 l’Italia si fermò davanti alla televisione. Per tre giorni, milioni di persone seguirono il tentativo di salvare Alfredino Rampi, il bambino caduto in un pozzo artesiano a Vermicino, vicino Roma. Una vicenda che ancora oggi, a distanza di quarantacinque anni, resta impressa nella memoria collettiva del Paese.

Quella che all’inizio sembrò una difficile operazione di soccorso si trasformò presto in una tragedia nazionale. Le voci dal pozzo, la diretta televisiva, l’arrivo dei volontari, la presenza del presidente Sandro Pertini e l’attesa di un lieto fine mai arrivato fecero di Vermicino un momento spartiacque nel rapporto tra cronaca, televisione, emergenza e opinione pubblica.

La scomparsa di Alfredino e l’inizio delle ricerche

Alfredino si trovava con i genitori, Nando Rampi e Franca Bizzarri, nella casa di campagna vicino Frascati. Al momento di rientrare, il padre si accorse che il bambino non c’era più. Le ricerche partirono immediatamente, mentre cresceva l’angoscia per una scomparsa improvvisa e inspiegabile.

La scoperta arrivò poco dopo, quando alcuni lamenti provenienti da un pozzo artesiano indirizzarono i soccorritori verso il punto più drammatico. Alfredino era caduto in quel cunicolo stretto e profondo, destinato a diventare, nelle cronache di quei giorni, il pozzo maledetto.

I primi soccorsi e gli errori iniziali

Le prime ore furono segnate dall’incertezza. I soccorritori cercarono di individuare la soluzione più rapida per raggiungere il bambino, ma ogni decisione si rivelò complessa. Una tavoletta calata nel pozzo con una corda, pensata inizialmente come possibile appoggio, finì per incastrarsi e creare ulteriori difficoltà.

Da quel momento ogni tentativo diventò più complicato. Portare acqua, zuccheri, strumenti o sistemi di aggancio fino al punto in cui si trovava Alfredino era difficilissimo. Il pozzo era stretto, profondo e ostile, mentre il tempo passava e le condizioni del bambino peggioravano.

La voce dal pozzo ascoltata da tutta Italia

Un microfono molto sensibile fu calato nel cunicolo per permettere ai soccorritori di comunicare con Alfredino. Da quel momento, però, accadde qualcosa che segnò profondamente la storia della televisione italiana. Le parole e le invocazioni del bambino arrivarono nelle case di milioni di persone.

Il dialogo tra Alfredino e il vigile del fuoco Nando Broglio divenne uno dei passaggi più dolorosi di quei giorni. Non era più soltanto una notizia. Era una tragedia ascoltata in diretta, minuto dopo minuto, da un Paese intero che sperava ancora in un salvataggio possibile.

La diretta televisiva e l’Italia davanti allo schermo

La Rai seguì l’operazione con una lunga diretta che tenne gli italiani incollati al televisore. Quando l’azienda provò a interrompere il collegamento, arrivarono proteste e richieste di continuare a trasmettere. La speranza collettiva era una sola, vedere Alfredino uscire vivo da quel pozzo.

Quella diretta, però, aprì anche interrogativi destinati a rimanere. Fino a che punto la cronaca può entrare nel dolore? Quando il diritto di informare rischia di trasformare una tragedia in uno spettacolo involontario? Vermicino impose all’Italia domande nuove sul ruolo dei media davanti alle emergenze e alla sofferenza privata.

I tentativi dei volontari e l’arrivo di Pertini

Non si lasciò nulla di intentato. Si scavò con una trivella, si tentò di raggiungere il bambino attraverso un cunicolo parallelo, si provarono manovre difficilissime. Tra i volontari che si calarono nel pozzo ci furono Angelo Licheri e Donato Caruso, che cercarono più volte di legare Alfredino per riportarlo in superficie.

Sul luogo arrivò anche il presidente della Repubblica Sandro Pertini, che volle parlare con il bambino. La sua presenza rese ancora più evidente la dimensione nazionale della tragedia. Non era più soltanto una vicenda familiare o locale, ma una ferita condivisa da tutto il Paese.

Dalla speranza all’angoscia

Per alcune ore, soprattutto nel pomeriggio del secondo giorno, sembrò che il salvataggio potesse riuscire. La trivella era arrivata in profondità e molti cominciarono a credere che la svolta fosse vicina. Poi arrivò la notizia che cancellò l’ottimismo, Alfredino era scivolato ancora più in basso.

Quello spostamento rese quasi impossibile raggiungerlo. La speranza lasciò spazio all’angoscia, mentre la diretta televisiva continuava a mostrare volti stanchi, soccorritori esausti, familiari distrutti e una folla sempre più numerosa intorno al luogo dell’incidente.

La morte di Alfredino e il dolore del Paese

All’alba del terzo giorno Alfredino morì. La notizia chiuse nel modo più doloroso una vicenda che milioni di italiani avevano seguito con il fiato sospeso. Il lieto fine atteso da tutti non arrivò, e il pozzo di Vermicino divenne il simbolo di un dolore che superava i confini della cronaca.

La morte del bambino lasciò spazio a polemiche durissime. Si parlò di errori nei soccorsi, di decisioni sbagliate, di responsabilità non chiarite. Iniziò una fase di accuse, sospetti e giudizi pubblici che rese ancora più pesante il dolore della famiglia Rampi.

Le accuse e il peso ingiusto sulla famiglia

Dopo la tragedia, anche Franca Bizzarri Rampi, madre di Alfredino, fu colpita da commenti crudeli e accuse ingiustificate. Le venne rimproverato perfino il modo di vivere il dolore, come se una madre dovesse mostrare la disperazione secondo una forma riconoscibile e accettata dagli altri.

Arrivarono anche telefonate alla famiglia con insinuazioni offensive e ipotesi prive di fondamento. È uno degli aspetti più amari della vicenda, perché mostra come il dolore, quando diventa pubblico, possa essere violato non solo dalle telecamere, ma anche dal giudizio feroce di chi osserva da lontano.

Il processo e le responsabilità discusse

La vicenda ebbe anche un seguito giudiziario. Furono coinvolti l’operaio responsabile dello scavo, Elio Ubertini, e il proprietario del pozzo, Amedeo Pisegna, poi assolti dall’accusa di omicidio colposo.

Anche Elveno Pastorelli, allora comandante dei vigili del fuoco di Roma, finì al centro delle valutazioni per il coordinamento dei soccorsi, ma venne completamente scagionato in istruttoria. Vermicino lasciò comunque una domanda difficile, chi deve decidere, e con quali competenze, quando un’emergenza diventa estrema?

La nascita del Centro Alfredo Rampi

Poche settimane dopo la tragedia nacque il Centro Alfredo Rampi, voluto per trasformare quel dolore in impegno civile. La memoria di Alfredino divenne così il punto di partenza per lavorare sulla prevenzione, sulla gestione delle emergenze e sulla protezione dei bambini.

Una riflessione attribuita a Franca Bizzarri Rampi resta ancora oggi molto attuale, “in questo Paese manca ancora a livello diffuso la cultura della prevenzione”. È forse una delle eredità più importanti di Vermicino, perché sposta l’attenzione dalla sola tragedia alla necessità di evitare che tragedie simili possano ripetersi.

Una ferita ancora aperta nella memoria italiana

A quarantacinque anni di distanza, Vermicino non è soltanto un fatto di cronaca del passato. È una pagina dolorosa che continua a interrogare l’Italia sul modo in cui affronta le emergenze, protegge i luoghi pericolosi, comunica il dolore e costruisce memoria.

La storia di Alfredino Rampi resta impressa perché unisce molti elementi, l’infanzia ferita, il limite dei soccorsi, la potenza della televisione, la fragilità della speranza e il bisogno di prevenzione. Quel bambino intrappolato nel buio divenne, suo malgrado, il volto di un Paese intero sospeso tra attesa e impotenza.

Luigi Canali


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12 Giugno 2026 © Luigi Canali
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