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Il Giorno della Memoria, perché ricordare non basta

Raccontare la Shoah a scuola e ai più giovani, tra parole, ascolto e responsabilità educativa

Il Giorno della Memoria, perché ricordare non basta

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Ricordare non basta, la memoria è un impegno continuo contro odio, discriminazioni e revisionismi

Il Giorno della Memoria non è una semplice ricorrenza del calendario. È un momento collettivo in cui fermarsi, ascoltare e provare a capire cosa è accaduto nel cuore dell’Europa, quando l’odio e la discriminazione sono diventati sistema. Ricordare la Shoah e le deportazioni naziste significa interrogare il presente, non solo il passato.

Una data che parla alla storia

Il 27 gennaio è stato scelto come simbolo perché in quel giorno del 1945 l’Armata Rossa liberò il campo di sterminio di Auschwitz. Una data che, nel 2005, l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha riconosciuto come giornata internazionale della memoria. In Italia, questo impegno era già stato formalizzato con una legge che invita istituzioni e scuole a non lasciare che l’oblio prenda il posto della consapevolezza.

Chi furono le vittime della persecuzione

La Shoah colpì innanzitutto il popolo ebraico, ma non fu l’unico bersaglio della violenza nazista. Nei campi di concentramento e sterminio finirono anche persone con disabilità, Rom e Sinti nel genocidio noto come Porrajmos, omosessuali, oppositori politici e testimoni di Geova. Ricordare significa dare nome e dignità a tutte queste vite spezzate, evitando semplificazioni o gerarchie del dolore.

Parlare ai più giovani, una responsabilità delicata

Spiegare il Giorno della Memoria a bambine, bambini, ragazze e ragazzi richiede attenzione e misura. Non si tratta di scioccare, ma di accompagnare. Le parole, più delle immagini, aiutano a costruire comprensione senza generare paura o senso di impotenza. Raccontare anche le storie di chi ebbe il coraggio di aiutare i perseguitati permette di affiancare all’orrore il valore della responsabilità individuale.

La scuola come luogo di ascolto e partecipazione

La scuola resta uno spazio fondamentale per questo lavoro di memoria. Incontri con testimoni, anche a distanza, letture condivise, diari, documenti e racconti personali aiutano a contestualizzare quegli eventi nella vita quotidiana dell’epoca. Coinvolgere le famiglie, chiedendo cosa si sa e da chi lo si è appreso, rende il ricordo un fatto vivo, non confinato ai libri di storia.

Dal ricordo alla memoria quotidiana

Come scrive Lia Levi, “ricordare non basta”. Il ricordo rischia di essere momentaneo se non diventa memoria, cioè parte attiva del nostro presente. La memoria è ciò che trasforma il passato in uno strumento per leggere il mondo di oggi, evitando che le stesse dinamiche di esclusione e disumanizzazione tornino a ripetersi sotto nuove forme.

Riflettere senza retorica

Affrontare questi temi richiede di evitare toni paternalistici o retorici. È necessario contestualizzare, scegliere materiali adeguati e lasciare spazio al confronto, soprattutto con gli adolescenti. Come ricorda Carla Melazzini, per chi è in formazione può essere difficile accettare che il mondo includa la possibilità di un simile orrore. Proprio per questo la memoria va costruita con cura, favorendo il protagonismo e il pensiero critico.

La memoria come impegno condiviso

Il Giorno della Memoria non dovrebbe restare un appuntamento isolato. È un invito a coltivare ogni giorno attenzione, rispetto e responsabilità. Perché ciò che è accaduto non riguarda solo il passato, ma interroga il presente e il futuro di tutte e tutti, in ogni paese e in ogni tempo.

Luigi Canali


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22 Gennaio 2026 © Luigi Canali
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