Ottocento anni separano il nostro tempo dalla morte di Francesco d’Assisi, avvenuta alla Porziuncola la sera del 3 ottobre 1226. Eppure alcune delle parole che appartengono agli ultimi anni della sua vita conservano una sorprendente capacità di attraversare i secoli. Sono quelle del Cantico delle creature, conosciuto anche come Cantico di Frate Sole o Laudes creaturarum, una delle opere alle origini della tradizione letteraria italiana.
Nel 2026, ottavo centenario della morte di San Francesco, rileggerlo significa incontrare un testo religioso nato nel Medioevo, ma anche confrontarsi con una visione nella quale sole, acqua, vento, fuoco, terra, esseri umani e perfino la morte appartengono a una stessa trama di relazioni.
Il Cantico nasce negli ultimi anni di Francesco
La composizione del Cantico delle creature viene collocata nell’ultimo biennio della vita di Francesco. La tradizione francescana lega la parte principale dell’opera al periodo trascorso a San Damiano, presso Assisi, tra il 1224 e il 1225, quando le sue condizioni di salute erano ormai difficili.
Le fonti francescane descrivono una composizione sviluppata in momenti differenti. Alla lode delle creature sarebbero stati aggiunti successivamente i versi dedicati al perdono e, ormai in prossimità della morte, quelli dedicati a “sora nostra morte corporale”.
Gli studi hanno discusso questa ricostruzione e la cronologia delle singole parti. Al di là delle circostanze precise della redazione, il Cantico viene considerato un’opera fortemente unitaria, nella quale la contemplazione del creato conduce progressivamente verso la condizione umana, la sofferenza, la riconciliazione e la morte.
Una delle opere alle origini della poesia italiana
L’importanza del Cantico supera la storia francescana. Treccani lo considera il primo documento della tradizione poetica italiana. Francesco utilizza infatti il volgare umbro in un’epoca nella quale il latino occupava ancora una posizione dominante nella cultura scritta.
La lingua può apparire lontana dall’italiano contemporaneo, ma molte parole restano immediatamente riconoscibili. La ripetizione di “Laudato si’, mi’ Signore” scandisce il testo e accompagna il lettore attraverso gli elementi del creato.
Non si tratta, tuttavia, di una composizione semplicemente spontanea. Gli studi filologici hanno individuato una costruzione letteraria elaborata, nutrita dalla conoscenza dei Salmi, del Canticum trium puerorum del libro di Daniele, della tradizione biblica e della liturgia. La semplicità percepita dal lettore è quindi sostenuta da una struttura linguistica e retorica complessa.
Il sole, la luna, l’acqua e la terra diventano fratelli e sorelle
Nel Cantico il creato viene raccontato attraverso un lessico familiare. Il sole è fratello, come il vento e il fuoco. La luna, l’acqua e perfino la morte sono sorelle. La terra è contemporaneamente sorella e madre.
Francesco osserva ogni elemento anche attraverso le sue qualità. L’acqua è utile, umile e preziosa; il fuoco illumina la notte; la terra sostiene e produce frutti, fiori ed erba. Il sole porta luce e diventa segno della grandezza divina.
Questa fraternità non elimina le differenze tra essere umano e natura. Nel significato religioso del testo, le creature non vengono adorate e non sostituiscono Dio: diventano invece parte della lode rivolta al Creatore.
Un testo medievale che parla anche al presente
La sensibilità contemporanea rende quasi inevitabile leggere il Cantico anche attraverso il rapporto tra essere umano e ambiente. Sarebbe però riduttivo trasformare Francesco semplicemente in un ambientalista con otto secoli di anticipo.
La sua prospettiva nasce da una concezione religiosa del creato. Proprio questa differenza storica rende interessante il confronto con il presente. La natura non viene descritta come una semplice riserva di risorse disponibili all’uomo, ma come una realtà alla quale l’essere umano appartiene.
L’immagine di “sora nostra matre terra” esprime in poche parole questa relazione. La terra sostiene e alimenta l’uomo, ma contemporaneamente è sua sorella. Nel linguaggio francescano l’essere umano non osserva quindi il mondo esclusivamente dall’esterno o dall’alto.
Dal creato agli esseri umani, il Cantico cambia prospettiva
A un certo punto il testo abbandona sole, luna, vento, acqua, fuoco e terra. La lode si sposta sulle persone capaci di perdonare e su coloro che affrontano malattia e sofferenza.
È un passaggio fondamentale perché amplia il significato del Cantico. La fraternità non riguarda soltanto il rapporto con il mondo naturale. Comprende anche le relazioni tra gli esseri umani, il conflitto, la possibilità della riconciliazione e l’esperienza del dolore.
Secondo le fonti francescane, i versi sul perdono sarebbero collegati a un contrasto che coinvolse il vescovo e il podestà di Assisi. Gli studiosi invitano tuttavia alla cautela nel trasformare questa tradizione in una cronologia certa della composizione. Rimane evidente, nel testo, il passaggio dalla contemplazione cosmica alla dimensione morale dell’esistenza.
Quando anche la morte viene chiamata sorella
La parte forse più radicale arriva verso la conclusione. Francesco introduce qualcosa che apparentemente sembra impossibile inserire nella stessa fraternità del sole, dell’acqua o della terra: la morte.
La definisce “sora nostra morte corporale”. Non nega la paura e non afferma che sia possibile evitarla. Al contrario, ricorda che nessun essere umano vivente può sfuggirle.
Quelle parole acquistano un peso particolare considerando il momento nel quale furono elaborate. Francesco era gravemente malato e sarebbe morto nel 1226. La tradizione francescana attribuisce proprio all’imminenza della morte la composizione di questa parte del Cantico.
La morte viene così ricondotta all’interno della condizione umana. Non è più qualcosa che può essere espulso dall’orizzonte dell’esistenza, ma l’ultimo limite con il quale l’uomo deve confrontarsi.
Il Codice 338 conserva la più antica testimonianza
Il Cantico è arrivato fino a noi attraverso la tradizione manoscritta. Un ruolo fondamentale appartiene al Codice 338, conservato nel Fondo antico presso la Biblioteca del Sacro Convento di San Francesco ad Assisi.
Il manoscritto raccoglie alcuni dei più importanti testi francescani e conserva la più antica testimonianza manoscritta conosciuta del Cantico di Frate Sole. Un dettaglio rende il documento ancora più affascinante: nel codice erano stati predisposti gli spazi destinati alla notazione musicale, che però non venne trascritta.
Il testo era infatti legato anche alla dimensione del canto. La musica originaria non è arrivata fino a noi, mentre sono sopravvissute le parole che avrebbe dovuto accompagnare.
Ottocento anni dopo resta l’idea di una realtà condivisa
Il 2025 ha celebrato gli ottocento anni della composizione del Cantico. Il 2026 porta invece al centro Francesco stesso, nell’ottavo centenario della sua morte. Il Comitato nazionale istituito per le celebrazioni ricorda che Francesco morì il 3 ottobre 1226, al tramonto, presso la Porziuncola.
Tra questi due anniversari esiste una continuità particolare. Il Cantico appartiene alla fase conclusiva della sua vita e contiene alcuni dei temi che più profondamente ne hanno attraversato l’esperienza.
Otto secoli dopo, la forza di quelle parole non dipende dalla possibilità di trasformarle artificialmente in un manifesto contemporaneo. Sta forse nel contrario: nella capacità di un uomo del XIII secolo di descrivere una realtà nella quale nulla esiste completamente isolato. L’essere umano, gli altri esseri viventi, gli elementi naturali, la sofferenza e persino la morte vengono ricondotti all’interno di una relazione.
È questa trama che continua a rendere riconoscibile il Cantico delle creature, anche in un mondo profondamente diverso da quello nel quale Francesco lo compose.
Luigi Canali
02 Ottobre 2026 © Luigi Canali
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