Ci sono libri che, già dal titolo, sembrano chiedere al lettore di fermarsi un momento prima di giudicare. Arabo è donna. Sette poetesse raccontate col metodo della storia orale, pubblicato da Homo Scrivens, appartiene a questa categoria. A firmarlo è Davide Borowski, poeta performer e voce della spoken word italiana, autore abituato a un linguaggio diretto, urbano, ruvido, lontano dalle immagini più rassicuranti della poesia da salotto.
Proprio per questo il libro incuriosisce. Da un lato c’è un autore che si muove tra poetry slam, performance dal vivo e parole spesso taglienti. Dall’altro c’è un saggio dedicato a sette poetesse del mondo arabo contemporaneo, costruito con attenzione, ascolto e rispetto. L’incontro tra questi due piani produce un’opera che non cerca facili etichette, ma prova a restituire complessità a un universo culturale spesso raccontato dall’Occidente in modo troppo rapido.
Un autore nato alla poesia dopo una frattura personale
La biografia di Davide Borowski aiuta a comprendere la natura del libro. Prima di arrivare alla poesia, l’autore ha attraversato mondi molto diversi, lavorando nella finanza e nella cooperazione internazionale. Il suo ingresso nella scrittura poetica è recente e nasce durante una lunga degenza in un ospedale di Londra, dopo un intervento al cuore.
Da quel momento si apre un percorso nuovo, rapido e intenso. In pochi anni Borowski entra nel circuito della poesia performativa, si distingue nei poetry slam nazionali e arriva, nel 2025, tra i finalisti della sezione poesia del Premio De André. Non è quindi un autore che arriva alla parola da una traiettoria accademica tradizionale, ma da una trasformazione personale, quasi da una necessità fisica prima ancora che letteraria.
Dalla spoken word alla storia orale
Il contrasto tra la figura pubblica del performer e il tema del libro è solo apparente. La spoken word, in fondo, nasce proprio dalla voce, dal corpo, dall’esperienza diretta, dalla parola che non resta chiusa sulla pagina ma si espone davanti agli altri.
In Arabo è donna, questo rapporto con la voce cambia forma. Borowski non occupa la scena per imporre il proprio racconto, ma arretra per lasciare spazio alle poetesse incontrate. La sua presenza diventa quella di un ascoltatore, di un tramite, di qualcuno che costruisce un percorso narrativo senza pretendere di sostituirsi alle donne che racconta.
Sette poetesse per leggere il mondo arabo contemporaneo
Il cuore del libro è costituito da sette poetesse provenienti da diverse aree del Medio Oriente e del Nord Africa. Borowski incontra e racconta Amirah Al Wassif e Nadra Mabrouk, dall’Egitto, Ahlam Bsharat, dalla Palestina, Dalila Hiaoui e Mouna Ouafik, dal Marocco, Mona Kareem, originaria del Kuwait, e Imèn Moussa, dalla Tunisia.
Non si tratta di un semplice elenco di autrici. Ognuna porta con sé una geografia, una lingua, una storia personale e un rapporto specifico con la scrittura. Alcune vivono nei luoghi d’origine, altre hanno conosciuto l’esilio, come Mona Kareem, rintracciata negli Stati Uniti. In ogni caso, la poesia diventa uno strumento per attraversare identità, appartenenza, corpo, libertà e memoria.
Un libro che evita lo sguardo occidentale salvifico
Uno degli aspetti più interessanti del saggio è la scelta di non trasformare le poetesse in personaggi da interpretare secondo categorie occidentali. Borowski non si presenta come il critico che spiega, classifica e incasella. Evita anche il rischio opposto, quello del narratore occidentale che pretende di dare voce a chi una voce la possiede già.
Il metodo scelto è quello della storia orale. Questo significa dare spazio ai racconti, alle biografie, ai frammenti del quotidiano, alle confessioni, alle esperienze personali e politiche che stanno dietro i testi poetici. Il risultato è un libro che non cerca di semplificare, ma di ascoltare. E in tempi di opinioni rapide, non è poco.
La poesia come resistenza e identità
Le poesie incluse nel volume non sono un semplice corredo al racconto. Il libro contiene 49 testi poetici, sette per ciascuna autrice, selezionati e tradotti da Borowski. È attraverso questi versi che il lettore entra davvero nel mondo delle poetesse, incontrando non solo temi sociali e politici, ma anche immagini intime, ferite personali, desideri, paure e forme di resistenza.
La parola poetica, in questo contesto, non è evasione. Diventa un modo per ridefinire l’identità femminile dentro società attraversate da tensioni, tradizioni, conflitti e trasformazioni. Non c’è una sola donna araba, come non c’è una sola poesia araba. Ci sono voci diverse, spesso distanti tra loro, accomunate dal bisogno di dire qualcosa che non può essere ridotto a stereotipo.
Un viaggio fatto di incontri reali
Alla base del libro ci sono viaggi, spostamenti, dialoghi, incontri diretti. Borowski non costruisce il saggio soltanto a partire da letture o materiali secondari, ma cerca le autrici, le raggiunge, parla con loro, raccoglie storie e restituisce il contesto in cui le poesie sono nate.
Questo elemento dà al volume una dimensione narrativa forte. Il lettore non attraversa soltanto un’antologia, ma entra in un percorso di conoscenza. Le poetesse non vengono presentate come nomi da manuale, ma come persone inserite in un tempo storico preciso, con vite segnate da luoghi, scelte, conflitti, migrazioni e posizionamenti culturali.
Oltre il politicamente corretto
Il titolo Arabo è donna potrebbe sembrare, a una prima lettura superficiale, una formula costruita per aderire al linguaggio del politicamente corretto. In realtà il libro sembra andare in una direzione diversa. Non cerca di tranquillizzare il lettore, né di offrirgli una versione addomesticata del mondo arabo femminile.
Il punto non è trasformare le poetesse in simboli comodi, ma permettere loro di apparire nella propria complessità. Alcune parole possono essere dure, alcuni passaggi possono risultare scomodi, alcune biografie portano con sé il peso dell’attivismo, dell’esilio o della marginalità. È proprio qui che il libro trova la sua forza, nel rifiuto della semplificazione.
Un ponte tra performance e ascolto
La figura di Borowski resta particolare perché unisce due gesti apparentemente opposti. Da performer è abituato a stare al centro della scena, a usare il corpo e la voce per colpire il pubblico. In questo libro, invece, sceglie un passo laterale, quasi una sottrazione.
Questa sottrazione, però, non è assenza. È metodo. L’autore organizza, traduce, accompagna, ma non copre. Lascia che siano le poetesse a occupare lo spazio principale, mentre il lettore viene invitato a costruire una propria posizione senza essere guidato da un giudizio già confezionato.
Un saggio necessario in un tempo di narrazioni veloci
Arabo è donna arriva in un momento in cui il mondo arabo viene spesso raccontato attraverso categorie rigide, emergenze politiche, conflitti, paure o immagini stereotipate. La letteratura, e in particolare la poesia, consente invece di entrare in una zona più profonda, dove la storia collettiva passa attraverso esperienze individuali.
Il libro di Davide Borowski non pretende di spiegare tutto. Sarebbe impossibile e forse anche sbagliato. Prova però a fare una cosa più utile, restituire spazio e profondità a sette voci femminili che raccontano, ciascuna a modo proprio, il rapporto tra parola, identità e libertà. In questo senso, il volume non è solo un saggio sulla poesia araba contemporanea, ma anche un invito a rivedere il modo in cui ascoltiamo ciò che arriva da fuori dal nostro orizzonte culturale.
09 Giugno 2026
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